L’offensiva militare contro Teheran ha scosso i mercati internazionali e riportato al centro dell’attenzione uno dei temi più sensibili dell’economia globale: il prezzo dell’energia. In situazioni simili del passato, le tensioni in Medio Oriente hanno provocato forti aumenti del prezzo del petrolio. Questa volta, però, lo scenario appare diverso. Nonostante la guerra, il costo del greggio non ha superato la soglia simbolica dei 100 dollari al barile.

Dall’inizio delle operazioni militari, il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 30%. Un incremento significativo, ma comunque molto più contenuto rispetto alle grandi crisi energetiche del passato.


Crisi energetiche a confronto

Per capire la portata dell’attuale aumento, basta confrontarlo con alcune crisi storiche. Durante l’embargo petrolifero del 1973-1974, i prezzi del greggio esplosero con un aumento di circa il 260%. Anche l’invasione irachena del Kuwait nel 1990 provocò una crescita impressionante, con rincari intorno al 180%.

Rispetto a questi precedenti, l’attuale rialzo appare decisamente più moderato. I mercati, pur reagendo con una certa tensione, non hanno mostrato la stessa volatilità osservata in passato.


Gas e petrolio reagiscono in modo diverso

Le tensioni geopolitiche hanno comunque avuto effetti sui mercati energetici. L’incertezza legata al conflitto e alla sicurezza delle rotte commerciali ha spinto inizialmente verso l’alto i prezzi delle materie prime, soprattutto in attesa di possibili alternative allo stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il trasporto di petrolio.

Il gas naturale ha risentito maggiormente dell’escalation. Al contrario, il petrolio ha mantenuto una dinamica più stabile. Anche le voci su possibili negoziati con l’Iran hanno temporaneamente calmato i mercati, contribuendo a un leggero calo dei prezzi.

Il metano scambiato ad Amsterdam, per esempio, è sceso a 49,75 euro per megawattora il 4 marzo, registrando una diminuzione dell’8,4%. Il Brent, il principale riferimento internazionale per il petrolio, è invece tornato momentaneamente intorno ai 78 dollari al barile prima di risalire a circa 81 dollari dopo la smentita di Teheran riguardo a presunti colloqui con gli Stati Uniti.


Un mercato energetico molto diverso dal passato

Una delle ragioni principali di questa relativa stabilità è il cambiamento della geografia energetica mondiale. Oggi l’economia globale dipende meno dal petrolio proveniente dal Medio Oriente rispetto a qualche decennio fa.

Gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore mondiale di greggio, mentre nuovi attori sono entrati con forza nel mercato energetico internazionale. Paesi come Guyana, Brasile e Canada hanno aumentato la propria produzione, contribuendo a diversificare le fonti di approvvigionamento.

Anche le scelte politiche giocano un ruolo importante. Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, l’amministrazione americana ha interesse a evitare forti aumenti dei prezzi dell’energia, che potrebbero pesare sugli elettori. Tra gli strumenti utilizzati per stabilizzare il mercato ci sono le Riserve Strategiche Petrolifere, che permettono di immettere greggio sul mercato in caso di necessità.


Il rischio di un conflitto prolungato

La relativa calma dei mercati potrebbe però non durare a lungo. Se il conflitto dovesse protrarsi o intensificarsi, l’equilibrio attuale potrebbe rapidamente cambiare.

Uno degli scenari più temuti riguarda lo stretto di Hormuz. Questo passaggio marittimo è cruciale per il trasporto di petrolio proveniente dai Paesi del Golfo. Secondo diversi analisti, se la navigazione nello stretto dovesse restare bloccata per circa due settimane, le scorte dei produttori della regione potrebbero esaurirsi, costringendo molti Paesi a ridurre o fermare la produzione.

In una situazione del genere, il prezzo del petrolio potrebbe facilmente superare i 100 dollari al barile.


Gli effetti su benzina e diesel

Anche senza un’esplosione dei prezzi del greggio, le tensioni internazionali si stanno già riflettendo sui costi per i consumatori. In molti distributori il prezzo di benzina e diesel è aumentato fino a 10 centesimi al litro.

La benzina in modalità self-service ha raggiunto in alcuni casi circa 1,70 euro al litro, mentre il diesel è arrivato intorno a 1,75 euro. Nelle stazioni di servizio autostradali, il gasolio ha toccato anche i 2,50 euro al litro.

Le associazioni dei petrolieri sostengono che gli aumenti non dipendono direttamente da decisioni delle compagnie e ricordano che gran parte del prezzo finale deriva da accise e IVA. Inoltre, evidenziano come i carburanti partissero da livelli tra i più bassi degli ultimi tre anni e che tra diversi distributori possono esserci differenze di prezzo anche di 10-15 centesimi al litro.

Di tutt’altro avviso sono invece le associazioni dei consumatori, che parlano apertamente di possibili fenomeni speculativi e chiedono controlli più severi sui rincari.