Il vino racconta storie di territori, di stagioni e di tradizioni. Ma oggi, analizzando bottiglie prodotte negli ultimi cinquant’anni, racconta anche un’altra storia: quella dell’accumulo progressivo di una sostanza chimica praticamente indistruttibile, l’acido trifluoroacetico (TFA).

Un nuovo studio condotto da diverse organizzazioni europee riunite nel network PAN Europe (Pesticide Action Network Europe) ha rivelato una crescita rapida e allarmante della contaminazione da TFA nei vini europei, sollevando interrogativi seri sulla sicurezza ambientale e alimentare.

Cos’è il TFA e perché è un problema

Il TFA è un composto appartenente alla grande famiglia dei PFAS, spesso definiti “forever chemicals” perché non vengono degradati dai processi naturali. Una volta rilasciati nell’ambiente, restano lì per sempre, accumulandosi in acqua, suolo, piante e, infine, negli organismi viventi, esseri umani compresi.

Il TFA non viene prodotto direttamente per uso alimentare: si forma come prodotto di degradazione di altre sostanze fluorurate. Le due principali fonti sono:

  • i gas fluorurati (F-gas) usati nei sistemi di refrigerazione e climatizzazione;
  • alcuni pesticidi PFAS, sempre più diffusi in agricoltura dagli anni Novanta in poi.

Per decenni il TFA è stato considerato poco rilevante dal punto di vista tossicologico. Oggi questa convinzione è sempre più messa in discussione.

Perché studiare proprio il vino

Il vino è un caso unico tra i prodotti agricoli: esistono bottiglie ben conservate che risalgono a decenni fa. Questo lo rende una sorta di archivio storico dell’inquinamento ambientale.

I ricercatori hanno analizzato 49 vini prodotti tra il 1974 e il 2024, provenienti da dieci Paesi europei. I risultati mostrano una tendenza chiara e inquietante.

Da zero a oltre 300 microgrammi: una crescita esplosiva

Nei vini prodotti prima del 1988, il TFA non è stato rilevato. A partire dagli anni Novanta compaiono le prime tracce, ma è dopo il 2010 che la situazione cambia drasticamente.

Nei vini più recenti (2021–2024), la concentrazione media di TFA è risultata pari a 122 microgrammi per litro, con picchi superiori ai 300 microgrammi in alcune bottiglie. Si tratta di valori centinaia di volte superiori alle concentrazioni già considerate elevate nelle acque potabili.

In altre parole: in poco più di dieci anni, la contaminazione sembra aver seguito una crescita quasi esponenziale.

Un problema diffuso in tutta Europa

Il TFA è stato trovato in tutti i Paesi analizzati. L’Austria mostra i livelli medi più elevati, ma nessuna area è esente. Anche vini biologici e vini non trattati direttamente con pesticidi PFAS presentano contaminazioni significative, segno che l’inquinamento ambientale di fondo — piogge, falde, suoli — gioca un ruolo cruciale.

Interessante il caso dei vini ottenuti da vitigni resistenti ai funghi, che mostrano livelli più bassi di TFA: un indizio che ridurre l’uso di pesticidi potrebbe avere effetti concreti, anche se servono ulteriori studi.

Più TFA, più pesticidi

Un altro dato rilevante è la correlazione tra TFA e residui di pesticidi: i vini con livelli più alti di TFA contengono in media più sostanze chimiche e in quantità maggiori. Alcuni di questi pesticidi sono noti per i loro effetti su fertilità, sistema endocrino o rischio cancerogeno.

Anche se i singoli residui rispettano i limiti di legge, il quadro complessivo suggerisce una esposizione multipla, ancora poco considerata nelle valutazioni di rischio.

E per la salute?

Qui il quadro si fa ancora più delicato. Le conoscenze sugli effetti del TFA sull’organismo umano sono sorprendentemente limitate, nonostante la sua diffusione globale.

Recenti studi su animali hanno però mostrato gravi malformazioni fetali, spingendo le autorità europee a proporre una classificazione del TFA come sostanza tossica per la riproduzione. Nel frattempo, i valori guida considerati “sicuri” variano enormemente tra le diverse agenzie sanitarie, segno di una forte incertezza scientifica.

Un inquinamento irreversibile

Il problema principale del TFA è che non può essere rimosso facilmente né dall’ambiente né dall’acqua potabile. Le tecnologie necessarie sarebbero costose, energivore e difficilmente applicabili su larga scala. Per questo, gli autori dello studio sottolineano un punto chiave: la prevenzione è l’unica vera soluzione.

Cosa chiedono i ricercatori

Alla luce dei risultati, PAN Europe chiede:

  • il divieto immediato dei pesticidi PFAS e dei gas fluorurati che generano TFA;
  • un monitoraggio sistematico del TFA negli alimenti;
  • un approccio normativo precauzionale, soprattutto per proteggere bambini e donne in gravidanza.

Un messaggio dalla bottiglia

Il vino, simbolo di cultura e convivialità, ci lancia oggi un messaggio chiaro: l’inquinamento chimico persistente non è un problema astratto, ma qualcosa che arriva fino ai nostri campi, ai nostri bicchieri e, potenzialmente, ai nostri corpi.

Ignorarlo significa lasciare alle generazioni future un’eredità chimica permanente. Ascoltarlo, invece, può essere il primo passo per cambiare rotta.