Carciofi italiani: un’eccellenza in difficoltà tra clima, mercato e concorrenza estera

Per decenni l’Italia è stata il punto di riferimento mondiale nella produzione di carciofi. Un ruolo oggi messo seriamente in discussione da una combinazione di fattori che sta indebolendo uno dei comparti agricoli più rappresentativi del Paese. Tra eventi climatici estremi, squilibri di mercato e competizione internazionale poco equilibrata, la filiera del carciofo attraversa una fase critica.

Il risultato è un paradosso ormai noto ma sempre più evidente: chi coltiva fatica a coprire i costi, mentre chi acquista paga prezzi elevati. Agli agricoltori restano pochi centesimi a capo – in alcuni casi meno di 20 centesimi per il prodotto fresco e circa 6 centesimi per quello destinato alla trasformazione industriale – mentre sugli scaffali della grande distribuzione il prezzo supera facilmente l’euro per singolo capolino.

Una campagna segnata da forti perdite

L’ultima stagione produttiva è stata particolarmente complessa. Il caldo anomalo estivo, la scarsità di risorse idriche e lo stress delle piante hanno ritardato i cicli di raccolta e ridotto in modo significativo le rese. Le stime parlano di un calo dell’offerta nazionale di almeno il 40% rispetto a un’annata normale.

Ma le difficoltà non sono legate solo all’andamento dell’ultimo anno. Il comparto è in contrazione da tempo. Negli ultimi dieci anni le superfici dedicate al carciofo in Italia si sono ridotte di circa un quarto: dai 33 mila ettari del 2015 si è scesi a meno di 25 mila nel 2024, secondo i dati di Cso Italy.

Quattro regioni trainano (ancora) il settore

La produzione nazionale si concentra quasi interamente in quattro regioni, che insieme rappresentano circa il 90% del totale: Puglia, Sardegna, Sicilia e Lazio.

La Puglia resta il primo polo produttivo, con circa 1,3 milioni di quintali all’anno, ma anche qui si osserva una flessione delle superfici: nel 2024 gli ettari coltivati sono stati 10.700, in calo del 7% rispetto all’anno precedente. In Sicilia il peso della siccità è stato ancora più marcato, con una riduzione delle superfici del 17% e una produzione inferiore di circa un quinto rispetto al 2023. In Sardegna, invece, alla diminuzione degli ettari si è affiancato un miglioramento delle rese, grazie all’introduzione di nuove varietà: la produzione 2024 risulta infatti in crescita del 17%.

La pressione dei mercati esteri

Oltre ai problemi interni, i produttori italiani devono confrontarsi con una concorrenza sempre più aggressiva proveniente dal Nord Africa. Egitto e Tunisia immettono sul mercato europeo carciofi negli stessi periodi di quelli italiani, ma a costi molto più bassi. Le differenze nei salari, nelle regole sul lavoro e negli standard fitosanitari rendono il confronto impari, sollevando ancora una volta il tema della reciprocità delle regole nel commercio internazionale.

Qualità e organizzazione come vie d’uscita

In uno scenario in cui competere sui volumi è ormai impossibile, la strada più percorribile sembra essere quella della valorizzazione della qualità. Le certificazioni di origine e i marchi di tutela, come nel caso del Carciofo di Brindisi IGP, rappresentano strumenti concreti per distinguersi e sottrarsi alla logica dell’anonimato globale.

Accanto alla qualità resta centrale anche il tema dell’aggregazione. Senza un’organizzazione collettiva dell’offerta, i singoli produttori rimangono deboli, incapaci di programmare le produzioni e di negoziare condizioni più eque con la grande distribuzione. Solo facendo sistema, il carciofo italiano può sperare di ritrovare spazio e valore nel mercato.