Le microplastiche invisibili del traffico: cosa respiriamo davvero in città
Quando pensiamo all’inquinamento dell’aria urbana, immaginiamo subito i gas di scarico, le marmitte, il fumo. Eppure una parte crescente dell’inquinamento che respiriamo non viene affatto dal tubo di scappamento. Arriva invece dall’attrito continuo tra pneumatici e asfalto: ogni frenata, ogni curva, ogni ripartenza consuma minuscole porzioni di gomma che si disperdono nell’ambiente sotto forma di particelle microscopiche.
Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Atmospheric Environment, dal titolo “Comparison of traffic-related micro- and nanoplastic concentrations at three urban locations”, ha misurato proprio queste particelle nell’aria urbana, mostrando quanto il traffico contribuisca alla presenza di micro- e nanoplastiche sospese che normalmente non vediamo — ma respiriamo.
Non solo plastica: la gomma degli pneumatici è una fonte di particelle
Gli pneumatici non sono fatti di un solo materiale. Sono un mix complesso di gomma naturale e sintetica, nerofumo e vari additivi chimici che servono a migliorarne resistenza, elasticità e durata. Con l’uso quotidiano, piccolissimi frammenti si staccano e si mescolano con polvere stradale e residui dei freni. Nascono così le cosiddette particelle da usura di pneumatici e strada, considerate oggi una componente importante delle microplastiche ambientali.
A differenza delle plastiche più note — come quelle degli imballaggi — queste particelle sono generate direttamente dal movimento dei veicoli e si distribuiscono nell’aria, nel suolo e nelle acque di ruscellamento.
Tre luoghi diversi, tre modi di guidare
Per capire quanto il traffico influenzi la presenza di queste particelle, i ricercatori hanno confrontato tre ambienti urbani differenti nella zona di Utrecht:
- una strada cittadina con traffico stop-and-go, ricca di semafori e frenate
- un tratto di autostrada, con flusso più scorrevole
- un parco urbano, lontano dal traffico diretto, usato come riferimento
I campionamenti sono stati ripetuti in più giornate e stagioni, raccogliendo particelle dall’aria su filtri poi analizzati in laboratorio con tecnicheer tecniche chimiche avanzate. Gli scienziati hanno cercato specifici “marcatori” molecolari tipici della gomma degli pneumatici, in modo da distinguere queste particelle dalle altre polveri presenti nell’aria.
Dove si frena di più, c’è più gomma nell’aria
I risultati raccontano una storia piuttosto intuitiva, ma finora poco quantificata: più il traffico è intenso e discontinuo, più aumentano le particelle di gomma sospese.
Rispetto al parco urbano, le concentrazioni di marcatori della gomma risultano:
- da due a cinque volte più alte nelle aree trafficate
- massime nella zona a traffico stop-and-go
- elevate anche in autostrada, ma in media un po’ più basse rispetto alle strade con molte frenate
Questo suggerisce che non conta solo il numero di veicoli, ma anche come si guida: frenate ripetute, accelerazioni e curve aumentano l’usura degli pneumatici e quindi il rilascio di particelle.
Un inquinamento diverso dai gas di scarico
Un aspetto interessante emerso dallo studio è che questi marcatori della gomma non seguono lo stesso comportamento degli inquinanti tipici dei motori. Le concentrazioni risultano invece spesso associate ad altri segnali di traffico non-exhaust, come:
- il black carbon
- alcuni metalli legati all’usura dei freni (ferro, rame, manganese, cromo)
Molto più debole, invece, la relazione con inquinanti come biossido di azoto o ozono. In altre parole, si tratta di un tipo di inquinamento con una firma chimica diversa rispetto ai gas di combustione.
Anche lontano dalle strade principali
Ci si potrebbe aspettare di trovare queste particelle solo a bordo strada. In realtà lo studio ha rilevato tracce misurabili anche nel parco urbano. I livelli erano più bassi, ma spesso comunque sopra la soglia di rilevabilità.
Questo indica che le particelle da usura degli pneumatici possono:
- restare sospese nell’aria
- essere trasportate dal vento
- contribuire a un’esposizione diffusa su scala urbana
Non sono quindi un fenomeno confinato a pochi metri dal traffico.
Quanto pesano sul totale del particolato?
In termini di massa, la quota di particelle da usura di pneumatici rappresenta oggi una frazione relativamente piccola del PM10 (il particolato con diametro inferiore a 10 micrometri): nello studio, in media meno dell’1%. Ma gli autori invitano alla cautela: le stime sono ancora incerte e variano molto tra studi e metodi di misura.
Soprattutto, la tendenza futura potrebbe cambiare. Con la progressiva riduzione delle emissioni allo scarico e l’aumento del peso medio dei veicoli — inclusi molti modelli elettrici — la parte non legata alla combustione potrebbe diventare sempre più rilevante nel bilancio complessivo dell’inquinamento da traffico.
Perché questi dati contano per la salute
Lo studio pubblicato su Atmospheric Environment non era pensato per misurare direttamente gli effetti sanitari, ma per quantificare l’esposizione. Tuttavia, alcuni composti associati alla gomma — come il benzotiazolo — sono già oggetto di ricerche tossicologiche ed epidemiologiche.
Avere misure ambientali affidabili è il primo passo per poter poi studiare eventuali collegamenti con:
- infiammazione respiratoria
- effetti cardiovascolari
- esposizione cronica urbana
Gli autori sottolineano che i dati raccolti potranno essere utilizzati in studi sanitari collegati.
Un pezzo mancante del puzzle dell’inquinamento urbano
Per anni il dibattito sull’inquinamento da traffico si è concentrato quasi esclusivamente sui motori. Questa ricerca contribuisce a spostare lo sguardo su una componente meno visibile ma inevitabile: l’usura meccanica dei veicoli.
Anche in città con auto più pulite e meno emissioni allo scarico, continueremo ad avere pneumatici che si consumano e rilasciano particelle. Capire quanto, dove e in quali condizioni succede è essenziale per progettare politiche urbane davvero efficaci.
In breve: il traffico non inquina solo quando brucia carburante. Inquina anche quando semplicemente… rotola.