Per decenni abbiamo parlato di crisi idrica. Oggi, secondo le Nazioni Unite, questa definizione non basta più. Il pianeta è entrato in una nuova fase, più grave e strutturale: la bancarotta idrica globale (Global Water Bankruptcy). Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di una condizione cronica in cui l’umanità consuma più acqua di quanta i sistemi naturali siano in grado di rigenerare, compromettendo in modo irreversibile fiumi, laghi, falde, suoli e ghiacciai.

Il concetto, introdotto e formalizzato dall’UNU-INWEH, utilizza un’analogia economica potente e intuitiva: stiamo vivendo oltre i nostri mezzi idrologici, spendendo non solo il “reddito” annuale dell’acqua rinnovabile, ma anche i “risparmi” accumulati in migliaia di anni sotto forma di acque sotterranee, ecosistemi e criosfera.


Dalla crisi alla bancarotta: cosa cambia davvero?

Nel linguaggio comune, una crisi è qualcosa di grave ma temporaneo: si supera l’emergenza e si torna, più o meno, alla normalità. La bancarotta idrica, invece, descrive una situazione diversa:

  • l’uso dell’acqua supera da lungo tempo le capacità di rinnovo naturale;
  • il capitale naturale che garantiva resilienza è stato degradato o distrutto;
  • tornare alle condizioni precedenti non è più realistico su scale temporali umane.

In altre parole, il “vecchio normale” non esiste più. Alcuni danni – come la compattazione delle falde, la subsidenza del suolo, la scomparsa di laghi o l’estinzione di specie – sono irreversibili o lo sono di fatto, perché il loro recupero richiederebbe secoli o costi socialmente insostenibili.


I segnali della bancarotta sono ovunque

Il rapporto ONU documenta una situazione globale allarmante:

  • Tre quarti della popolazione mondiale vivono in Paesi classificati come idricamente insicuri.
  • Oltre 2,2 miliardi di persone non hanno accesso a acqua potabile sicura e 3,5 miliardi a servizi igienici adeguati.
  • Più della metà dei grandi laghi del pianeta si è ridotta dagli anni Novanta, colpendo direttamente circa un quarto della popolazione mondiale.
  • Il 70% delle principali falde acquifere mostra trend di esaurimento a lungo termine.
  • L’eccessivo pompaggio sotterraneo ha causato subsidenza del suolo su oltre 6 milioni di km², incluse grandi aree urbane dove vivono quasi 2 miliardi di persone.
  • Il pianeta ha già superato i limiti di sicurezza del ciclo globale dell’acqua, insieme a quelli di clima e biodiversità.

Questi fenomeni non sono anomalie isolate: sono sintomi sistemici di una gestione che ha trasformato la siccità da evento naturale episodico a condizione antropica cronica.


Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità

Un aspetto cruciale sottolineato dal rapporto è che l’acqua “disponibile” non è sempre acqua utilizzabile. Inquinamento agricolo, scarichi industriali, acque reflue non trattate, salinizzazione e contaminanti emergenti stanno riducendo drasticamente la frazione di acqua sicura per il consumo umano, l’agricoltura e gli ecosistemi.

Così, anche dove i volumi sembrano stabili, la risorsa reale si restringe. È come avere soldi in banca che però non possono essere spesi.


Agricoltura, cibo e sicurezza globale

Circa il 70% dei prelievi di acqua dolce è destinato all’agricoltura. Oggi più della metà della produzione alimentare mondiale dipende da regioni in cui le riserve idriche complessive sono in declino. Questo rende la sicurezza alimentare globale estremamente vulnerabile, amplificando i rischi di instabilità economica, migrazioni forzate e conflitti.

La bancarotta idrica non è quindi solo una questione ambientale: è un problema di giustizia sociale, sicurezza e pace.


Governare la bancarotta: un cambio di paradigma

Secondo l’UNU-INWEH, continuare a gestire l’acqua come una crisi da “tamponare” è inefficace, se non dannoso. Serve passare dalla gestione della crisi alla gestione della bancarotta, che implica:

  • riconoscere apertamente l’insolvenza dei sistemi idrici dove esiste;
  • accettare l’irreversibilità di alcuni danni;
  • ridurre e riequilibrare le domande d’acqua entro limiti realistici;
  • riformare diritti, istituzioni e modelli economici;
  • garantire transizioni giuste per le comunità più colpite.

Come in una bancarotta finanziaria, la dichiarazione non è una resa, ma la condizione necessaria per ripartire su basi più sane.


Un’agenda globale nuova e urgente

Il rapporto conclude con un appello chiaro: l’attuale agenda globale sull’acqua – concentrata soprattutto su accesso, efficienza incrementale e gestione integrata “standard” – non è più adeguata all’Antropocene. L’acqua deve essere riconosciuta come settore strategico a monte, capace di generare benefici trasversali per clima, biodiversità, salute, economia e cooperazione internazionale.

Le Conferenze ONU sull’Acqua del 2026 e 2028 rappresentano un’occasione cruciale. Ma il tempo della diagnosi indulgente è finito: stiamo già vivendo in bancarotta idrica. Riconoscerlo è il primo passo per evitare perdite ancora più gravi e costruire un nuovo equilibrio tra società umane e sistemi naturali.