La battaglia contro l’inquinamento marino

Ogni anno oltre un milione di tonnellate di plastica finiscono negli oceani. Anche se rappresentano meno dello 0,5% della plastica prodotta annualmente dall’umanità, queste quantità sono sufficienti a provocare danni enormi agli ecosistemi marini, alla salute umana e all’economia globale. Per affrontare questo problema su scala planetaria è nata The Ocean Cleanup, una delle iniziative ambientali più ambiziose del nostro tempo.

Dall’idea di un diciottenne a un progetto globale

The Ocean Cleanup è stata fondata nel 2013 a Delft, nei Paesi Bassi, dal giovane inventore olandese Boyan Slat, che all’epoca aveva appena 18 anni. Oggi l’organizzazione è una fondazione non-profit, con sede centrale a Rotterdam, e si sostiene esclusivamente grazie a donazioni provenienti da cittadini, aziende, governi e istituzioni.

Il team conta oltre 150 professionisti con competenze che spaziano dall’ingegneria alla scienza ambientale, dall’oceanografia all’analisi dei dati, tutti uniti da un’unica visione: liberare gli oceani dalla plastica. L’obiettivo dichiarato è talmente ambizioso da sembrare paradossale: “metterci fuori mercato” una volta che gli oceani saranno puliti.

Da dove arriva la plastica negli oceani

Ogni anno l’umanità produce oltre 400 milioni di tonnellate di plastica, un quantitativo paragonabile al peso complessivo di tutti gli esseri umani sul pianeta. Solo il 9% viene riciclato, mentre circa il 22% dei rifiuti plastici è gestito in modo inadeguato o disperso nell’ambiente.

La maggior parte della plastica che arriva in mare proviene dalla terraferma, trasportata dai fiumi, soprattutto durante piogge intense e tempeste, che possono aumentare le emissioni fino a dieci volte. Gli studi di The Ocean Cleanup hanno identificato 1.000 fiumi che da soli sono responsabili di quasi l’80% dell’inquinamento plastico oceanico, in gran parte situati in aree costiere di Paesi a medio reddito, dove il consumo di plastica cresce più rapidamente delle infrastrutture di gestione dei rifiuti.

Che fine fa la plastica in mare

Contrariamente a quanto si pensa, la maggior parte della plastica non galleggia a lungo in mare aperto. Circa la metà affonda rapidamente, mentre dell’altra metà che rimane a galla, l’80% si spiaggia sulle coste entro un mese. Questo comporta gravi conseguenze per gli ecosistemi costieri, il turismo e la pesca, oltre a costi elevati per le comunità locali.

Solo una parte della plastica riesce a raggiungere l’oceano aperto, dove può restare intrappolata per decenni nei grandi vortici oceanici (gyre). Il più noto è il Great Pacific Garbage Patch, nel Pacifico settentrionale, una zona grande circa il doppio del Texas, spesso descritta come una “zuppa di plastica” piuttosto che un’isola solida di rifiuti.

Qui galleggiano circa 100 milioni di chilogrammi di plastica, pari a 1,8 trilioni di frammenti, in gran parte oggetti di grandi dimensioni. Col tempo, però, questi si frammentano in microplastiche, molto più difficili da rimuovere e potenzialmente più dannose.

Non solo rifiuti urbani: il ruolo della pesca

Nel Great Pacific Garbage Patch circa l’80% della plastica proviene da attività di pesca. Reti fantasma, boe, trappole e altri attrezzi persi o abbandonati in mare sono progettati per durare a lungo e hanno un’elevata probabilità di accumularsi in alto mare, dove continuano a intrappolare animali e a degradarsi lentamente.

Gli impatti su ambiente, clima e salute

La plastica marina colpisce direttamente oltre 900 specie marine, più di 100 delle quali sono a rischio di estinzione. Gli animali possono ingerirla o rimanerne intrappolati, con conseguenze spesso letali. Inoltre, la plastica altera ecosistemi delicati, trasporta specie invasive e rilascia sostanze tossiche.

Anche il clima ne risente: la presenza di microplastiche riduce l’efficienza del “carbon pump” oceanico, un meccanismo naturale fondamentale per l’assorbimento della CO₂. Dal punto di vista umano, le microplastiche sono ormai presenti in acqua, cibo e aria, e gli effetti a lungo termine sulla salute sono ancora oggetto di studio.

La strategia di The Ocean Cleanup

The Ocean Cleanup adotta un approccio integrato:

  • intercettare la plastica nei fiumi, prima che raggiunga il mare;
  • rimuovere la plastica già presente negli oceani, concentrandosi sui grandi accumuli;
  • fornire dati scientifici utili a politiche ambientali più efficaci.

Secondo studi scientifici indipendenti, le attività di rimozione producono un beneficio ambientale netto: i danni causati dalla plastica agli organismi marini superano quelli potenzialmente legati alle operazioni di cleanup, anche considerando le emissioni associate.

Risultati e prospettive future

Nel solo 2025, The Ocean Cleanup ha rimosso oltre 25 milioni di chilogrammi di rifiuti, portando il totale complessivo a più di 45 milioni di chilogrammi. L’obiettivo è estremamente ambizioso: rimuovere il 90% della plastica galleggiante dagli oceani entro il 2040.

Tra le iniziative più recenti spicca il 30 Cities Program, che punta a intervenire in alcune delle città costiere più inquinanti del mondo, responsabili di una quota significativa della plastica che entra in mare.

Un problema globale, una risposta globale

La lotta all’inquinamento da plastica richiede cooperazione internazionale, come dimostra la recente risoluzione delle Nazioni Unite per un trattato globale legalmente vincolante. Tuttavia, mentre le politiche si sviluppano lentamente, la plastica continua a danneggiare gli ecosistemi oggi.

In questo contesto, The Ocean Cleanup rappresenta un esempio concreto di come scienza, tecnologia e volontà collettiva possano trasformare un’idea nata da un giovane inventore in un’azione globale capace di “invertire la rotta” dell’inquinamento marino.