Dopo anni di oblio, i titoli di Stato del Venezuela sono tornati improvvisamente sotto i riflettori degli investitori internazionali. La ragione è politica prima ancora che finanziaria: la cattura del presidente Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi, avvenuta il 3 gennaio, ha riacceso la speranza di un cambiamento di regime e, soprattutto, di una ristrutturazione del debito che da tempo sembrava impossibile.
Il Venezuela è in default di fatto dal 2017 e porta sulle spalle una delle crisi economiche più profonde della storia recente dell’America Latina. Corruzione diffusa, cattiva gestione e decenni di sottoinvestimenti hanno devastato l’economia, mentre le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno ulteriormente aggravato la situazione, limitando l’accesso ai mercati finanziari internazionali e colpendo duramente le esportazioni di petrolio, principale fonte di entrate del Paese.
Una montagna di debiti
Le cifre in gioco sono enormi. Secondo le stime degli analisti, il governo venezuelano e la compagnia petrolifera statale PDVSA devono complessivamente circa 100 miliardi di dollari in obbligazioni e interessi non pagati. Se si includono anche prestiti bilaterali (in particolare verso la Cina), lodi arbitrali e sentenze giudiziarie, il debito estero totale sale a circa 170 miliardi di dollari.
Per dare un’idea delle dimensioni del problema, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che nel 2024 il rapporto debito/PIL del Venezuela fosse pari al 164%, un livello paragonabile a quello della Grecia alla vigilia della maxi-ristrutturazione del 2012. Secondo Citigroup, per rendere il debito sostenibile sarebbe necessario ridurlo almeno all’85% del PIL, il che implica tagli molto consistenti per i creditori.
Perché gli investitori tornano a guardare Caracas
Nonostante l’enorme incertezza, i mercati hanno reagito con entusiasmo. Nell’ultimo anno i bond venezuelani hanno più che raddoppiato il loro valore e, dopo la cattura di Maduro, hanno registrato ulteriori forti rialzi, pur restando a livelli tipici di titoli “distressed”, intorno a 30–40 centesimi per dollaro di valore nominale.
Per molti investitori speculativi, è proprio questo il punto di attrazione: prezzi ancora bassi, ma con la possibilità di recuperi significativi se la situazione politica evolvesse in modo favorevole. Alcuni analisti sostengono che i bond oggi siano un acquisto più interessante rispetto a pochi giorni fa, considerando il nuovo contesto politico.
La scommessa è che un governo post-Maduro normalizzi i rapporti con Washington, portando a un alleggerimento delle sanzioni. Questo permetterebbe al Venezuela di tornare a esportare petrolio liberamente, attrarre capitali stranieri nel settore energetico e, soprattutto, avviare una ristrutturazione ordinata del debito.
Il ruolo decisivo degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti hanno un’influenza determinante sul destino del debito venezuelano. Le sanzioni del Dipartimento del Tesoro, e in particolare le regole dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC), hanno finora impedito persino l’avvio di colloqui preliminari tra il governo di Caracas e i creditori. Senza autorizzazioni specifiche, molte operazioni finanziarie sono semplicemente illegali.
Inoltre, qualsiasi ristrutturazione richiederebbe l’emissione di nuovi titoli, impossibile senza un allentamento delle sanzioni. Anche le esportazioni di petrolio, fondamentali per garantire i pagamenti futuri, dipendono in larga misura dalle decisioni di Washington, che ha imposto di fatto un blocco sulle spedizioni di greggio venezuelano.
Non è un dettaglio secondario che molti dei principali detentori dei bond — come BlackRock, Fidelity e T. Rowe Price — siano grandi gestori statunitensi, e che banche, tribunali e asset strategici coinvolti nella vicenda ricadano sotto la giurisdizione USA.
Una ristrutturazione lunga e complessa
Ristrutturare il debito venezuelano non sarà semplice né rapido. A differenza di casi recenti come Ecuador o Argentina, il Venezuela ha una base di creditori estremamente frammentata: obbligazionisti, governi stranieri (in primis la Cina), detentori di crediti derivanti da espropri e contenziosi legali. Molti di questi crediti competono tra loro e sono regolati da leggi diverse.
Secondo diverse case di investimento, il processo potrebbe durare anni e assomigliare per complessità alla ristrutturazione greca del 2012, con accordi separati per diversi gruppi di creditori e negoziati paralleli. Alcuni osservatori parlano apertamente di un percorso molto prolungato, potenzialmente lungo fino a tre anni o più.
Nuovi strumenti legati al petrolio
Dato che la capacità del Venezuela di ripagare il debito dipenderà in larga parte dalla ripresa della produzione petrolifera, molti analisti ritengono probabile l’uso di strumenti finanziari legati al petrolio. Tra questi figurano i cosiddetti “warrant” collegati alla produzione o alle entrate petrolifere, che permetterebbero ai creditori di beneficiare di un eventuale rimbalzo del settore, lasciando al Paese maggiore flessibilità nei primi anni.
Soluzioni simili sono già state adottate in altre ristrutturazioni sovrane, come quelle basate sulla crescita del PIL, e servono a colmare il divario tra le aspettative dei creditori e la necessità di sostenibilità per il debitore.
Rischi ancora elevati
Nonostante l’ottimismo di breve periodo, il debito venezuelano resta una scommessa ad alto rischio. Le stime sui recuperi finali variano ampiamente, da circa 35 a 60 centesimi per dollaro, e dipendono da molte variabili: la stabilità politica sotto la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez, la reale volontà di riforma del sistema socialista, la velocità di ripresa dell’industria petrolifera e l’atteggiamento degli Stati Uniti sulle sanzioni.
Esistono inoltre rischi legali significativi, legati alla priorità dei vari crediti, in particolare quelli di PDVSA, e alla possibilità che sequestri di asset o cause giudiziarie rallentino o compromettano il processo.
In sintesi, l’uscita di scena di Maduro ha aperto una finestra che fino a poche settimane fa sembrava chiusa. Ma tra la speranza di una rinascita economica e una ristrutturazione ordinata del debito c’è ancora un lungo percorso, fatto di compromessi politici, riforme strutturali e negoziati finanziari tra i più complessi della storia moderna.