L’olio italiano sotto pressione: perché le importazioni di olio tunisino preoccupano i produttori
L’olio d’oliva italiano è da sempre simbolo di qualità e della dieta mediterranea. Tuttavia, negli ultimi anni i produttori italiani si trovano a fare i conti con una pressione crescente sulle loro attività, dovuta in gran parte alle importazioni dall’estero, in particolare dalla Tunisia.
Secondo Coldiretti e Unaprol, raddoppiare le importazioni di olio tunisino a dazio zero rappresenterebbe una scelta dannosa e contraddittoria, che favorirebbe alcuni interessi industriali a scapito dei produttori italiani e dei consumatori. Ma perché?
La situazione del mercato italiano dell’olio
L’Italia produce circa 300.000 tonnellate di olio all’anno, ne consuma 400.000 sul mercato interno ed esporta 300.000 tonnellate all’estero. Nonostante questi numeri importanti, il prezzo pagato agli agricoltori è calato del 30%, colpendo duramente chi coltiva gli ulivi e produce olio di qualità.
Il motivo principale? Una parte dell’industria acquista olio estero a basso costo e lo rivende come italiano, approfittando delle differenze di prezzo e sfruttando pratiche poco trasparenti.
Frodi e pratiche scorrette
Non tutte le importazioni sono tracciate correttamente. In alcune regioni, frantoi e intermediari hanno creato reti di conferimenti non contabilizzati, permettendo di dichiarare olio italiano “extra vergine” quando in realtà si tratta di prodotto straniero.
A ciò si aggiunge il cosiddetto perfezionamento attivo, una pratica che consente di nazionalizzare olio estero per poi riesportarlo come prodotto italiano, aumentando i margini industriali a discapito della filiera agricola.
Il rischio per produttori e consumatori
Il prezzo dell’olio tunisino sul mercato italiano è oggi inferiore ai 4 euro al litro, sotto il costo di produzione italiano. Questo fa sì che gli olivicoltori siano costretti a vendere il proprio prodotto a prezzi troppo bassi, mentre l’industria può trarre margini elevati.
Per i consumatori, il rischio è altrettanto concreto: in molti casi l’olio acquistato come “Made in Italy” potrebbe non rispettare gli stessi standard qualitativi, minacciando la trasparenza del mercato e la sicurezza alimentare.
Le richieste dei produttori
Per contrastare queste pratiche, Coldiretti e Unaprol chiedono maggiore trasparenza del mercato e strumenti efficaci per garantire che l’olio venduto come italiano rispetti realmente gli standard di qualità. L’obiettivo è proteggere i produttori locali, la filiera italiana e la fiducia dei consumatori.
Secondo le stime Coldiretti-Ismea, nei primi nove mesi del 2025 le importazioni di olio tunisino sono aumentate del 38%, facendo crollare i prezzi dell’extravergine italiano di oltre il 20%. Una dinamica preoccupante, che rischia di mettere in difficoltà la filiera italiana e di svalutare un prodotto simbolo della nostra cultura alimentare.
Conclusione
Raddoppiare le importazioni a dazio zero dall’estero non sarebbe solo una questione commerciale: significherebbe mettere a rischio la qualità, l’identità e la sostenibilità della produzione italiana di olio d’oliva. La sfida è trovare un equilibrio tra apertura ai mercati esteri e tutela dei produttori locali, per proteggere uno dei tesori più preziosi della cucina italiana.