Che destino hanno le microplastiche diffuse in agricoltura quando entrano nella dieta degli animali allevati per la produzione di carne, in particolare i ruminanti come i bovini? E cosa accade ai frammenti plastici ingeriti accidentalmente dagli animali marini? Per anni le risposte sono state incomplete, ma oggi due studi scientifici pubblicati di recente iniziano a fare luce su questi meccanismi, con risultati tutt’altro che rassicuranti.
Un approfondimento divulgativo su questo tema è stato pubblicato anche sul sito Il Fatto Alimentare, nell’articolo intitolato “Microplastiche: dai ruminanti agli animali marini e, infine, a noi”, che analizza le nuove evidenze scientifiche e le loro implicazioni lungo la catena alimentare.
Il viaggio delle microplastiche nei bovini
Il primo studio, condotto da un gruppo internazionale tra Finlandia, Svizzera e Germania, ha esplorato cosa succede alle microplastiche quando raggiungono il rumine dei bovini. Fino ad ora si pensava che questi frammenti attraversassero l’apparato digerente senza grandi effetti. I risultati sperimentali raccontano invece una realtà diversa.
I ricercatori hanno messo in contatto liquido ruminale prelevato da vacche alimentate con orzo o fieno con diversi tipi di plastica usati in agricoltura, dalle pellicole e tubazioni ai contenitori per prodotti fitosanitari. Hanno osservato che nessuna delle plastiche resta immutata: interagiscono con i batteri presenti nello stomaco, riducono la digestione della sostanza organica e rallentano le fermentazioni necessarie per nutrire l’animale.
In alcune condizioni, le microplastiche si frammentano in particelle ancora più piccole, più facilmente accumulabili nei tessuti, e aumentano le proteine legate allo stress cellulare, mentre diminuiscono quelle coinvolte nel metabolismo energetico. In sostanza, il rumine funziona come un piccolo bioreattore che non solo modifica la plastica, ma può alterare la salute dell’animale e, indirettamente, la qualità della carne e del latte che arrivano sulle nostre tavole.
La plastica negli oceani: un pericolo letale per uccelli, mammiferi e tartarughe
Il secondo studio, pubblicato su PNAS da Ocean Conservancy, si concentra sugli animali marini e sulla quantità di plastica in grado di risultare letale. Analizzando oltre 10.000 necropsie di uccelli, tartarughe e mammiferi, i ricercatori hanno scoperto che bastano quantità sorprendentemente ridotte di plastica per causare la morte.
Per un uccello marino di medie dimensioni, pochi grammi possono essere fatali; per una tartaruga marina, quantità paragonabili a due palle da baseball; per un piccolo mammifero marino, l’equivalente di un pallone da calcio. In molti casi, quantità ancora inferiori uccidono il 50% degli individui esposti. Il tipo di plastica fa la differenza: frammenti rigidi o gommosi sono particolarmente pericolosi per gli uccelli, mentre per tartarughe e mammiferi incidono soprattutto le plastiche dure, leggere o legate a reti e attrezzature da pesca.
Circa un animale su cinque analizzato conteneva plastica nel tratto digerente, e molti appartenevano a specie già a rischio. Oltre al danno diretto sulla biodiversità, questo fenomeno rappresenta un rischio sistemico: le microplastiche possono entrare nelle catene alimentari e, prima o poi, arrivare anche all’uomo.
Un filo rosso tra terra e mare
Questi studi, se letti insieme, mostrano chiaramente un filo rosso: la plastica non resta confinata dove viene prodotta o dispersa. Dalle pellicole agricole ai residui abbandonati in mare, la plastica entra negli organismi viventi, li altera, e può accumularsi lungo la catena alimentare, fino a raggiungere la nostra dieta.
Per gli uccelli e i mammiferi marini, bastano pochi frammenti per morire; per i bovini, le microplastiche possono cambiare la digestione e la salute degli animali da cui otteniamo carne e latte. La conclusione è chiara: ridurre la plastica alla fonte, migliorare la gestione dei rifiuti agricoli e marini, e limitare l’uso di materiali usa e getta non è solo una questione ambientale, ma una vera misura di salute pubblica.
Ogni pezzo di plastica che finisce in mare o nei campi è un rischio invisibile ma reale. Proteggere gli oceani e gli allevamenti significa proteggere la biodiversità, la salute degli animali e, alla fine, anche la nostra.